giovedì 21 novembre 2013

La Terra dei Fuochi, dove i bambini stanno morendo di cancro


In Italia non paga mai nessuno, ma per questi delitti, questa volta, qualcuno deve pagare

di Ilaria Puglia, pubblicato il 17 luglio su Parallelo 41, in occasione dell'imminente visita del ministro De Girolamo nella Terra dei Fuochi

"Caro ministro De Girolamo, che tra due giorni sarà qui, nella Terra dei Fuochi, vorrei raccontarle una storia, anzi, tre. Da donna a donna, da mamma a mamma. Vorrei spiegarle come l’assenza di controlli sui prodotti agricoli (perché in Campania i controlli non sono affatto capillari come dovrebbero) uccide. Come le mancate bonifiche uccidono. Come la dieta mediterranea (al veleno), da lei lodata, fatta a Caivano, Acerra, Giugliano, Orta di Atella, Succivo, Marcianise, e via dicendo, uccide. Le racconto la storia di Mesia, Francesco e Luca, 4, 8 e 19 anni. In genere i bambini e i ragazzi si descrivono per i tratti del viso o i giochi che amano di più, ma non stavolta. Stavolta glieli indico per quello che li ha portati alla morte: tumore, leucemia, inquinamento, Terra dei fuochi, follia. I loro genitori sono strani, sa? Sono intontiti dal dolore. Hanno una ruga profonda sul viso e occhi spenti. In quegli occhi, per quanti sorrisi possano venire dai figli rimasti, i fratelli, e dalla vita che ricorda ogni giorno che bisogna andare avanti, ci sarà per sempre un velo di opacità. Mai più trasparenza, mai più innocenza cristallina. L’innocenza, in quei genitori, è morta. Con Mesia, Francesco e Luca.
Antonella e Pasquale sono i genitori di Francesco De Crescenzo. Anzi, erano, perché Francesco non c’è più. È morto a 8 anni per un osteosarcoma con metastasi polmonari. Parole che suonano ancora più violente se associate a un bambino, parole che quel bambino non poteva capire. E che invece hanno dovuto capire, in qualche modo, i suoi genitori. Antonella e Pasquale hanno rispettivamente 36 e 40 anni, altre due figlie più grandi e la morte nel cuore. Abitano a Marcianise. Nella terra dove altre persone come loro hanno deciso di interrare rifiuti tossici, veleni e ogni porcheria che si possa immaginare. Francesco era un bimbo sorridente e gioioso, sa, uno di quelli vivacissimi che scendono le scale a due gradini alla volta perché sembra abbiano fretta di vivere.
Un giorno, a 6 anni e mezzo, Francesco si sveglia con un forte dolore alla gamba. I genitori, naturalmente, pensano subito a una botta, a uno strappo, perché il piccolo corre sempre, proprio non gli riesce di stare fermo. “Non avevamo idea”, dice Antonella. E come avrebbe potuto immaginare? Suona terribile anche solo a pensarla, una cosa simile. La pediatra quasi si infastidisce per tanta insistenza, da parte della mamma, a fargli fare una radiografia: “Disse che noi mamme siamo sempre troppo apprensive...”, racconta Antonella. E infatti gli prescrive una cura con una pomata e niente radiografia. Dopo 5 giorni, Francesco ancora si lamenta, non dorme più dal dolore. I genitori lo portano di nuovo dalla pediatra ma trovano la sua sostituta: la gamba di Francesco è gonfia e calda. “Ci disse di andare di corsa all’ospedale di Caserta – racconta Antonella – che avrebbe anche chiuso lo studio per accompagnarci, se volevamo”. A Caserta l’ortopedico lo capisce subito, appena vede l’orrore celato in quella gamba. Fanno finalmente la tanto desiderata radiografia e all’improvviso la dottoressa con la lastra in mano inizia a chiamare altri medici, tanti, nessuno parla. Tutti guardano la radiografia. Muti. L’ortopedico, alla fine, sentenzia: osteosarcoma con metastasi polmonari, il tumore più frequente in età pediatrica. Sa, ministro? Un’alta percentuale di casi di osteosarcoma si registra nelle aree altamente inquinate. “Era il 27 dicembre 2011 – continua Antonella – non dimenticherò mai quella data”. Francesco è morto per le metastasi, il 30 giugno scorso, dopo un anno e mezzo di calvario e 24 chemioterapie. A 700 metri da casa sua abita un’altra bambina malata. E non solo lei. Già, il caso. Colpisce sempre gli innocenti, il caso. Il medico del Pausillipon che li prende in cura durante la malattia di Francesco dice chiaramente ai genitori che la causa di questo orrore può essere l’inquinamento. “Francesco giocava e io preparavo la valigia per andare a fare le chemio – è questo il ricordo della mamma – Con lui non ho mai usato la parola ‘chemio’, la chiamavo solo ‘terapia’”. Per proteggerlo, come se potesse, Antonella. Aveva tanta voglia di vivere, Francesco: “Mica devo morire, mamma?” chiedeva a chi gli aveva dato la vita, come se solo lei potesse rispondere. Al papà, invece, chiedeva aiuto: “Papà, aiutami tu”, diceva. “E io mi sentivo un vigliacco impotente”, dice Pasquale. Ora Antonella e Pasquale sono rimasti con le loro due figlie e ogni volta che una delle due sta poco bene entrano in ansia. “Ultimamente mia figlia si lamentava per il mal di testa – racconta Antonella – le ho fatto fare la risonanza”. Pasquale non vuole andare via da Marcianise: “E perché devo andare via? Per fare spazio a chi ha ucciso mio figlio?”, domanda. E noi restiamo in silenzio.
In ospedale Francesco ha conosciuto Mesia Nasi, 4 anni, di Succivo. C’è una foto che li ritrae insieme mentre giocano sul lettino, senza capelli ma sorridenti. Imma, la mamma di Mesia, sembra una bambina. Ha occhiali dalla montatura sottile e occhi innocenti e puri: “Io la mia lotta l’ho persa – esordisce – vivo per proteggere l’altro mio figlio che ha 3 anni. Se non ci fosse stato lui io ora forse non sarei qua”. Quando ha 3 anni, nel 2012, Mesia inizia ad accusare un dolore nel fianco, tanto da chiedere di continuo al padre di portarla in ospedale perché si sente male. E così inizia il giro dei reparti e dei medici. Qualcuno le diagnostica un accumulo di feci: una massa di 12 centimetri sotto il rene liquidata come stitichezza. Ma il pediatra di famiglia si insospettisce e li manda all’ospedale di Caserta. Da lì al Pausillipon il passo è breve. La diagnosi è una rasoiata in faccia: neuroblastoma surrenale. Sa, ministro? Negli ultimi anni diversi casi di neuroblastoma si sono registrati in Puglia, nella zona di Margherita di Savoia, dov’è attiva un’azienda chimica. Mesia viene operata, ma dopo due giorni il male ricompare, più forte di prima. La massa si riforma: 8 cm in due giorni. Un’aggressività mai vista: normalmente ci vogliono 5 mesi per raggiungere una dimensione simile. “Non ce l’aveva quando la portavo in grembo – si arrabbia Imma – In gravidanza sono stata seguita da un genetista perché abortivo. Mia figlia era sana”. Imma è molto attenta all’alimentazione della sua piccola, come tutte le mamme: brodino con verdure fresche, minestrone, lenticchie. Si fa comprare sempre sedano, carote e pomodori da sua mamma per il brodino vegetale. E adesso non si perdona. “Ci mandano a morire come gli ebrei ad Auschwitz – dice – Quello che vorrei dire, in piazza, è che quello che ha respirato mia figlia l’hanno respirato anche i loro bambini. Ho accompagnato mia figlia in chiesa per il suo funerale, ma avrei dovuto accompagnarla per la prima comunione, o per sposarsi! Quello che vorrei si capisse è che può capitare a tutti: il brodo lo danno tutti ai propri figli. Quella è una cellula che parte, basta pochissimo”. Mesia è morta a 4 anni, il 26 febbraio 2013. 
E poi c’è Luca Lampitelli, 19 anni, di Orta di Atella. Quando incontriamo sua madre Angela (occhi azzurro mare e una dignità che solo gli sconfitti silenziosi hanno) crediamo di aver già sentito tutto ciò che le nostre orecchie e il nostro cuore di genitori può sopportare. E invece no, ci sbagliamo. Il calvario di Luca è durato più di 2 anni. Una storia in cui il Natale ricorre come un incubo: “Sono anni che non festeggiamo neanche più”, racconta Angela. Inizia tutto quando Luca ha 16 anni: all’inizio di dicembre 2009 viene colpito da una febbre continua. Un ragazzo attivissimo, che non si ferma mai, grande tifoso del Milan. Al pronto soccorso di Frattamaggiore gli danno l’antibiotico, ma al terzo giorno Luca diventa verde: non ce la fa a camminare ed è sempre stanco. Lo trasportano d’urgenza al Cardarelli e lì gli diagnosticano la malattia: leucemia linfoblastica acuta, una patologia tra le cui cause c’è l’inquinamento. “Nel reparto vedevo tutti senza capelli e non capivo cosa mi aspettava – racconta Angela – Anche Luca si interrogava e le altre mamme mi abbracciavano e piangevano”. Le prime chemio iniziano alla vigilia di Natale. Luca risponde bene, non si abbatte, è lui a consolare sua madre. Passano le feste in ospedale. Ad Angela dicono che gli hanno applicato il protocollo dei bambini, più efficace, e che starà bene. Ad agosto 2010 completano il primo ciclo della terapia, con le radio. Al controllo, a settembre, risulta tutto in ordine, ma a novembre entra di nuovo in terapia. Prima di allora i medici non hanno mai parlato della necessità di un trapianto. Quando gli chiedono dove preferisca farlo, Luca sceglie il San Martino di Genova perché gli amici conosciuti in ospedale gliene hanno parlato bene. Capisce, ministro? Luca gli amici se li era fatti in ospedale, tanto passava più tempo lì che altrove. A 17 anni. Il primo trapianto glielo fanno il 24 febbraio, grazie al fratello. Restano a Genova per 5 mesi, affittano persino una casa, Angela e sua figlia Giusy: “Mi è stata sempre vicino, si è persa un sacco di tappe della sua vita”, racconta sorridendo. Luca perde 11 kg per le normali conseguenze del trapianto.
Il secondo trapianto glielo fanno il 7 maggio 2012, stavolta la donatrice è la sorella. Il 7 dicembre 2013 torna da un controllo in ospedale e racconta che la dottoressa lo ha trovato bene. “Allora decidemmo finalmente di festeggiare il Natale – racconta Angela – gli dissi ‘Luca, che dici, vogliamo fare il presepe?’. Ma mentre scendeva in cantina a prendere l’occorrente arrivò la telefonata da Genova. Era l’11 dicembre. La dottoressa gli disse che la malattia era riapparsa”. Lui resta muto al telefono, poi prende le chiavi della macchina e esce, per rimanere solo. Riprende le chemio al Policlinico di Napoli il 20 dicembre. Poi il dramma. Il 29 inizia a non sentirsi bene. Ha i decimi di febbre, ma la notte la febbre sale a 40. La mattina dopo sviene: non cammina più, non si regge in piedi, la leucemia ha attaccato i muscoli. Riprende le chemio, mentre i medici controllano di continuo tutti i suoi organi, irrimediabilmente compromessi. La notte di Capodanno la passano così. “Io pensavo fosse come le altre volte – racconta Angela – ma mio figlio non reggeva neanche più il telefono in mano”.
Il 2 gennaio, Luca inizia ad avere problemi di respirazione. Prima lo attaccano all’ossigeno, poi lo portano in terapia intensiva. Il dottore dice che le cose “sono molto molto peggiorate”. Alle 11 del mattino i medici dicono ad Angela che sono stati costretti a sedarlo: “Non ci hanno neanche avvisati prima di farlo”, si commuove Angela. Trascorrono così dieci giorni. Luca ha tre arresti cardiaci, ma resiste. Vuole vivere a tutti i costi. Poi, il 12 gennaio 2013, non ce la fa più e muore. “Noi eravamo in ospedale, in sala d’attesa e loro chiamarono mio marito a casa per avvertirlo. Non ebbero neppure pietà di una povera mamma. Me lo fecero vedere su un tavolaccio della sala mortuaria”, piange Angela. La sorella di Luca si è laureata ieri: “Ma io non ci sono andata, lei ha detto che non aveva voglia di festeggiare, il fratello non c’è più”, racconta la mamma.
Nell’ospedale di Genova c’erano tante persone dalla Campania. “La dottoressa ci chiese che diavolo avessimo nel nostro territorio da determinare uno spostamento di massa simile”, racconta Angela. A novembre è morta un’amica di Luca, una ragazza che era entrata in ospedale poco prima di lui. “Luca mi disse che così come erano entrati in ospedale ne stavano uscendo, morti”. Luca si era diplomato a pieni voti nonostante non avesse frequentato la scuola a causa della malattia. Voleva fare l’infermiere, dopo il diploma. Era diventato un esperto di medicinali, ormai. Ma non ne ha avuto il tempo: la dieta mediterranea (inquinata), e i veleni, e i composti chimici, e la sua terra lo hanno ucciso. “Mio marito non riesce a guardare le sue foto”, dice Angela.
Ecco, ministro, le guardi lei le foto di Francesco, Mesia e Luca. E non dimentichi mai più."
 
http://www.beppegrillo.it/2013/08/la_strage_degli_innocenti_della_terra_dei_fuochi.html


La strage degli innocenti della Terra dei Fuochi

«Mi è salita la rabbia quando la Lorenzin ci ha detto “Mangiate male”, come fosse colpa nostra»Marilena Natale è giornalista di frontiera in una città e in una regione che è oramai diventata simbolo della camorra: Casal di Principe e l’agro aversano. Cronista di nera presso La Gazzetta di Caserta, Marilena Natale ha vinto il Premio nazionale Agenda rossa dedicato alla memoria del giudice Paolo Borsellino. Nel 2010 fu minacciata dal cognato del boss Nicola Panaro, numero tre della cosca dei Casalesi.
Ebbe il coraggio di raccontare l’accaduto sul suo giornale e di denunciare il familiare del boss alla magistratura che poi lo condannò. Per i suoi articoli e le sue denunce è diventata inoltre un punto di riferimento per i cittadini che la contattano per denunciare illegalità e soprusi. Linkiesta l’ha incontrata al Premio Ilaria Alpi dove è stata invitata al dibattito Non tacere dedicato a Ilaria Alpi e alla libertà di stampa.

Marilena, Ilaria Alpi ha perso la sua vita per aver indagato sul traffico illegale di rifiuti tossici verso l’Africa. Anche tu lo hai fatto nel territorio di Caserta. Da dove hai iniziato?
Dobbiamo partire da Carmine Schiavone, che è un capoclan. Carmine Schiavone s’è pentito agli inizi degli anni ’90 a seguito di pressioni quando ha saputo che il clan si stava occupando di rifiuti tossici. S’è pentito ed ha raccontato un pò di cose. Io sono partita dal fatto che nella mia terra muoiono di tumore bambini di due, tre, quattro, cinque anni, giovani mamme e uomini. Partendo dal Garigliano fino a Napoli Nord c’è un’altissima incidenza di morti per tumore.
Che tipo di tumori?
Ad esempio ad una giovane mamma che ho incontrato è venuto un tumore lo stomaco. Una ragazza di 27 anni che non fuma, non beve, che conduce una vita sana con un tumore allo stomaco. Ma la mia rabbia è salita quando è venuto il ministro della salute Lorenzin che ha detto «Voi mangiate e bevete male». Secondo lei dunque era il nostro stile di vita. Questo tumore colpisce in particolare lo stomaco. Poi ci sono stati casi di tumori rarissimi: nascono prima le metastasi al cervello, poi i medici scovano dopo mesi il tumore primitivo al polmone. Ci sono anche casi di tumore al seno, insomma tipi di tumore particolari che sono così violenti che dopo tre mesi la persona viene consumata dalla malattia e si spegne. 
Come è iniziata la tua inchiesta?
Bisogna partire dal 1993, quando s’è pentito Schiavone. Lui tutte queste cose riguardo i rifiuti tossici le ha dette già in fase processuale. Tra l’altro Schiavone ha fatto un sacco di processi quindi queste cose si sapevano. Quello che non sapevamo però, e cioè che ci è stato sempre nascosto, è quello che ha detto successivamente, quando ha scontato la sua pena ed è stato liberato. Ha detto: «Guardate che i clan hanno nascosto scorie nucleari, non vi fanno le bonifiche perché non ci sono i soldi». Io sono andata su tutte le furie. Cosa significa che non ci sono i soldi e non ci fanno le bonifiche? Se quando viene un’alluvione in un paese o un terremoto o altra calamità naturale vengono utilzzati i fondi regionali per la ricostruzione allora anche noi ci possiamo considerare alluvionati. Aiutateci. Non per me che ho 41 anni, ma io sono mamma di due figli, e ci sono altri bambini come i miei figli, c’è un’intera generazione che bisogna proteggere. 
Che significa vivere nella tua terra?
Noi abitiamo in un posto dove per trent’anni abbiamo assistito al suicidio dello stato. Dove la politica, le istituzioni e la camorra erano una sola cosa. Quando rimproveri alle persone di essere omertose o dici loro «Perché vi siete lasciati scaricare questi rifiuti nella vostra terra, sotto casa e non avete detto niente?», loro ti rispondono: «Ma quando vai in una caserma dei carabinieri o ad un posto di polizia a denunciare e poi loro ti vengono a sparare dentro casa perché il camorrista già lo sa che li hai denunciati, dove lo trovi il coraggio?». Pardossalmente dobbiamo ringraziare il boss Setola che è un pazzo sanguinario che ha ucciso 16 persone. Lo stato infatti s’è ricordato di noi quando hanno fatto la strage degli immigrati (la strage di Castevolturno ndr) ed i ghanesi si sono ribellati. 
Cioè vuol dire che prima eravate invisibili?
Setola uccideva delle persone anche prima ma noi passavamo inosservati, eravamo inesistenti per la stampa nazionale. Da noi i morti singoli non facevano notizia eppure qui uccidevano una persona quasi ogni venerdì, sparavano dappertutto. Poi a Setola viene la brillante idea di fare la caccia all’africano e uccide queste sei persone (sette con il gestore del bar ndr). I ghanesi si ribellano e fanno una vera e propria rivolta. Maroni scende in pompa magna e dice: «Adesso lo stato c’è». Io gli ho risposto in conferenza stampa: «Non osi. Qui ci sono sempre state molte persone che hanno lottato per anni e che da anni rischiano la vita. Ma la politica s’è ricordata di noi solo ora perché c’è stata questa strage di immigrati. E io mi chiedo: e quelli che sono morti prima?»
Tutta la zona dell’agro aversano è disseminata di rifiuti tossici. Possibile che non si sappia dove sono esattamente?
Il pentito parla addirittura di accordi con le case farmaceutiche. Questa sarebbe una delle ragioni per non bonificare il territorio, perché conviene avere persone ammalate. Il pentito mi ha detto «Un’iniezione per questo tipo di tumori costa 1.500 euro». Ma il problema è questo: perchè non sapere dove sono seppellite queste scorie? Ci dicono che Schiavone è pazzo per le cose che dice ma noi vogliamo avere il beneficio del dubbio. Vogliamo scegliere un luogo indicato da Schiavone, fare dei carotaggi. E se poi escono i rifiuti o le scorie nucleari? Perché guarda che Schiavone parla dello smaltimento delle centrali nucleari, dei fanghi. Schiavone, tra l’altro, parlando di rifiuti ci ha spiegato tutte le mappe ovvero dove sono dislocati. Sull’Asse Mediano, sulla Tre Corsie etc. Poi ci ha detto: «L’unico posto dove non abbiamo potuto metterli è a San Tammaro». Perché? «Perché a San Tammaro il terreno è cretoso». Vuoi sapere cosa è successo a San Tammaro? Quando c’è stato il miracolo di Berlusconi che ha tolto tutta la spazzatura da Napoli sai dove l’ha buttata? A San Tammaro. E il percolato va nella falda.
Schiavone parla anche delle inchieste di Ilaria Alpi?
Non abbiamo ancora approfondito questo punto perché siamo all’inizio delle nostre conversazioni, approfondirò l’argomento nelle prossime settimane. Ad ogni modo Schiavone parla di armi provenienti dai Balcani, armi intercettate dai Casalesi. Ne abbiamo avuto prova perché nei rifugi abbiamo trovato kalashnikov, mitragliatrici. Addirittura a Casal di Principe in un loculo cementificato abbiamo trovato un lanciamissili. I Casalesi prendevano queste armi provenienti dai Balcani e le smerciavano ai paesi in Africa in cambio dello sversamento di rifiuti tossici. A me ha detto anche un’altra cosa che ha dell’incredibile. Sai dove mettevano i rifiuti tossici in attesa di trasportarli? In caverne nel Monte Bianco. Ovviamente adesso dobbiamo verificare tutto quello che dice Schiavone. L’unica cosa certa per il momento è che noi stiamo morendo tutti. 
È vero che su certe inchieste c’è il segreto di stato?
Ci sono pagine e pagine di verbali. Nei suoi processi Carmine Schiavone trovava i suoi verbali omissati. Io gli ho chiesto le ragioni. Lui mi ha detto che in certi verbali c’è il segreto di stato. Com’è possibile che per un traffico di rifiuti ci sia il segreto di stato? Schiavone mi ha detto che per quanto riguarda il traffico di armi erano coinvolti i servizi segreti “deviati”, gli stessi che hanno ordito le stragi in Italia, come quella di piazza Fontana. Queste cose lui le ha dette, io le ho scritte, ma se dichiara il falso e se infanga qualcuno delle istituzioni perché non lo processate per questo, perché non lo arrestate? Ma se sta dicendo la verità invece allora noi vogliamo sapere. 
Dei Casalesi e dei rifiuti tossici s’è occupato anche Saviano
Non mi ricordo di aver visto spesso Saviano ai processi. Saviano l’ho visto due volte in vita mia a Casal di Principe. Quando è venuto con Bertinotti ed ha detto «Iovine, Zagaria andate via» e al terzo grado di giudizio della Cassazione del processo Spartacus. Pensa che il processo Spartacus è molto più grande del maxi-processo di Falcone e Borsellino ma ha avuto notorietà soltanto al terzo grado di giudizio. Saviano ha un solo merito: quelle di aver preso le cose che si sapevano e di averle scritte. Ma sono cose che sapevano tutti. Pensa che si parla della criminalità nell’agro aversano già nel lontano 1921 in una relazione alla camera dell’allora presidente del Consiglio. Mussolini ha eliminato la provincia di Caserta per via della camorra. Chi è dunque che non sapeva che questa è terra di camorra? La camorra dunque faceva comodo. Ma sai dove io credo Saviano abbia sbagliato? Non ho mai avuto l’occasione di dirglielo: ha sbagliato perché ha fatto di un’erba un fascio. Se Saviano fosse sceso a Casale a parlare con le persone, a prendersi un caffé senza mettersi sul piedistallo avrebbe spiegato a quelle persone che quel libro, Gomorra, li aveva finalmente liberati. Non lo avrebbero mai visto come il nemico. Invece lui ha generalizzato. Sul mio profilo facebook c’è la foto di alcune mani. Mani di ragazzini che si alzano alle sette del mattino per andare a lavorare i campi. A Casale c’è un sacco di brava gente che la mattina si alza e si fa in quattro per portare aventi la propria famiglia. Bisogna calcolare che quasi tutta l’economia di Casale era basata sull’economia criminale. Ora, ben vengano i sequestri preventivi, s’è scoperto il ciclo del cemento e quindi l’economia a Casale s’è fermata. Ma, a parte la militarizzazione, adesso vogliamo creare qualcosa per queste persone? Se un ragazzo di vent’anni sta per strada senza lavoro, senza scarpe e tu stato non mi dai un’alternativa, viene il camorrista di turno e mi chiede «Senti mi vuoi spacciare la droga o mi vuoi controllare davanti a quel bar chi passa e ti do mille euro al mese», quello secondo te che fa? La camorra prolifera dove lo stato manca. Lo stato manca qui perché non basta che tu mi fai gli arresti, devi costruire, fare un’educazione civica. Non sono io, Marilena Natale, giornalista, il nemico. Il vero nemico è un altro. 
Parlami delle minacce che hai ricevuto per il tuo lavoro
Quando tu dai fastidio, quando t’iniziano a minacciare verbalmente vuol dire che stai andano nella direzione giusta. Anche quando minacciano di querelarti. I più grossi problemi li ho avuto quando ho iniziato a toccare la politica. Ovvero quando ho scoperto quel sistema criminale d’ingegneri, personale degli uffici tecnici, assessori e camorristi, quando nelle cooperative sociali trovavi l’amico dell’amico di tizio, caio o sempronio. Io questo lo scrivo. Prima minacciano di querelarti, poi quando vedono che le querele non funzionano perché tu hai le carte, passano alle maniere forti. Mi hanno picchiata, mi hanno bruciato la macchina, mi hanno sparato colpi di pistola sul tettuccio dell’auto. Pensa che me ne sono accorta solo quando s’è messo a piovere…Nonostante tutto, in tutti questi anni io non mi sono mai fermata. Tutte le volte che mi hanno minacciato ho sempre risposto coi miei articoli. Don Peppe Diana, quando l’hanno ucciso, è come se l’avessero triplicato, dal suo sangue è sbocciata la coscienza civile. Non gli conviene farmi martire. Per questo non mi ammazzano. Ora non ammazzano nessuno. Può darsi però anche che io mi sbagli, i posteri lo vedranno. Intanto però per scaramanzia faccio testamento.

Papa Francesco telefona a suora della Terra dei Fuochi

Napoli, 18 nov. (TMNews) - Suor Teresa era in classe con i suoi piccoli alunni quando ha ricevuto una telefonata sul suo cellulare. Dall'altro capo della cornetta c'era Papa Francesco. E' accaduto oggi a Casal di Principe, famigerato comune di camorra e anche della Terra dei Fuochi. Suor Teresa, che appartiene all'ordine delle Figlie di Sant'Anna, aveva spedito al Santo Padre una delle 150mila cartoline che ritraggono le mamme con le foto dei loro bambini morti di tumore proprio nella zona a cavallo delle province di Caserta e di Napoli. Fotografie che avranno commosso Papa Bergoglio al punto da spingerlo a chiamare al telefono Suor Teresa che, incredula, a stento è riuscita a trattenere la felicità. A dare la notizia su quanto avvenuto è don Maurizio Patriciello, il parroco di Caivano da tempo impegnato nella difesa del proprio territorio martoriato da roghi tossici e rifiuti pericolosi interrati. Don Patriciello spera che il Papa, che si è detto "informato" su quanto accade nella Terra dei Fuochi, possa venire di persona a constatare questa triste realtà. Una speranza che è stata già ribadita in altre circostanze.


Fonte: terrarealtime.blogspot.it 

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